“La Regione è entrata in un circolo vizioso”. Povertà e disuguaglianza ma “la politica fatica a dare risposte”

Per Notarstefano, ricercatore di Statistica Economica e docente presso l’Università degli Studi di Palermo, la Lumsa e la LUISS Business School, "manca un’idea guida forte di sviluppo regionale da molti anni"

La fotografia scattata dalla Fondazione Res nel suo ultimo Rapporto immortala un’economia siciliana in ripresa, ma che stenta a produrre dei cambiamenti significativi in termini di opportunità di lavoro, mentre le famiglie continuano ad essere tra le più povere d’Italia. Ne parliamo con Giuseppe Notarstefano ricercatore di Statistica Economica e docente presso l’Università degli Studi di Palermo, la Lumsa e la LUISS Business School. Notarstefano è, inoltre, coordinatore didattico dell’Istituto “P. Arrupe” di Palermo e socio fondatore di AVOLAB-Laboratorio di Economia Civile.

Nel 2015 il Pil è cresciuto del 2.1%, nel 2016 dell’1.3 e anche per il 2017 le stime parlano di un +1%. Tuttavia il tasso di disoccupazione nell’arco di questo periodo scende solo dello 0,5%. Perché?

Le previsioni fornite dai ricercatori Res mostrano due dati molto contraddittori: da un lato l’assestamento della crescita del Pil regionale sui livelli nazionali (in termini dinamici chiaramente) dall’altro il drammatico peggioramento delle principali variabili strutturali (pensiamo alla riduzione della base produttiva ed alla mortalità delle imprese). La crescita è sostanzialmente trainata dai consumi e da un significativo andamento dell’export di alcuni settori trainanti dell’economia regionale. La disoccupazione crescente ha un duplice significato. Uno negativo chiaramente connesso alla vischiosità del mercato del lavoro, ma anche un positivo che può essere attribuito all’ingresso (o al ritorno) nelle forze di lavoro di soggetti che prima ne erano usciti.

Quali sono i problemi strutturali che nell’Isola ostacolano lo sviluppo?

La Regione è entrata in un circolo vizioso che l’ha condotta in un sentiero di declino: bassa innovazione dei sistemi produttivi (l’eccellenza di alcune realtà o settori non riesce “a fare sistema”), sostanziale incapacità degli investimenti pubblici, pur rilevanti in questi ultimi cicli di programmazione comunitaria, a trainare gli investimenti privati, polverizzazione della base produttiva e presenza di un rilevante settore sommerso  (informale, irregolare e illegale). Desertificazione produttiva, calo degli investimenti e frammentazione sociale sono le evidenze che configurano il nostro sistema regionale come un sistema “estrattivo”, incapace cioè di attivare le risorse (umane, materiali, finanziarie etc.) per immetterle nel circuito positivo della creazione del valore.

 

A livello nazionale sono stati diversi gli interventi varati dal governo in tema di economia e lavoro. Dal Jobs act al Decreto Mezzogiorno, in questi giorni al vaglio del Senato, che tra le varie misure prevede il credito d’imposta per gli investimenti al Sud. Come giudica le politiche messe in campo in questi ultimi anni?

Si tratta di misure ed interventi necessari che corrispondono alle attese delle famiglie e delle imprese, seppur spesso congiunturali e non in grado di condizionale le tendenze di medio-lungo periodo. Qualità del sistema formativo nel suo complesso e investimenti in innovazione tecnologica sono i settori in cui la politica fatica di più a dare risposte importanti.

E le politiche regionali?

Le politiche regionali si sono notevolmente compresse negli ultimi anni per assestarsi sostanzialmente in quelle perimetrate dalla programmazione comunitaria, tuttavia la spesa risulta intempestiva e poco efficace, la valutazione degli effetti e degli impatti spesso inconsistente o poco rilevante nella fase di revisione o di riprogrammazione, manca un disegno complessivo, un’idea guida forte di sviluppo regionale da molti anni. La politica fa fatica ad avere un pensiero “alto e lungo” sul tema dello sviluppo.

Nello scorso anno in Sicilia sono scomparse circa 5 mila imprese artigiane, sono diverse le vertenze che riguardano i grandi presidi industriali presenti nell’Isola. Di cosa ha bisogno la Sicilia per attrarre investimenti, favorire la nascita e la crescita di nuove attività produttive. Quali i settori che possono fare da volano e, quindi, su cui concentrare tutti gli sforzi?

Gli imprenditori hanno bisogno di semplificazione amministrativa, facilità di credito, condizioni di sicurezza e trasparenza per garantire le proprie transazioni commerciali. Ci sono stati notevoli sforzi in alcune direzioni: la lotta alla criminalità e lo sviluppo di una cultura della legalità diffusa, l’impegno del settore creditizio nell’erogazione del credito e la tessitura istituzionale di reti e servizi alle imprese anche attraverso la costituzione dei distretti produttivi sono strade giuste da percorrere con maggiore convinzione e corale partecipazione di imprese e istituzioni. La coesione sociale è molto importante per un sano sviluppo economico: le forme cooperative e mutualistiche, la sharing economy le imprese sociali sono forme che possono aiutare lo sviluppo imprenditoriale dell’isola attraverso modelli organizzativi capaci di valorizzare tutte le persone immettendole nel circuito economico attraverso forme ibride di lavoro retribuito e di volontariato.

C’è un altro aspetto molto preoccupante che emerge dal Rapporto e riguarda la condizione di povertà in cui versano le famiglie siciliane, con un reddito inferiore del 29% rispetto alla media nazionale. Come considera, a tal proposito, la proposta più volta avanzata dal presidente Crocetta di introdurre un reddito minimo?

Il tema della disuguaglianza e della povertà sono due fenomeni connessi alla bassa partecipazione al mercato del lavoro e al problema dell’inclusione sociale. Pertanto le misure di sostegno al reddito non possono che essere condizionate all’inclusione attiva ed al recupero professionale e produttivo del “capitale umano”. Detto in termini più semplici le persone hanno certamente bisogno di reddito per sostenere  le spese per vivere degnamente e, se possibile, “felicemente”, ma hanno soprattutto necessità di partecipare al processo produttivo e di esprimere creativamente e liberamente i propri talenti e le proprie capacità. Il tema del reddito minimo, ancorché essere un problema di bilancio e di copertura finanziaria, ha senso se viene pensato in termini di selettività e condizionalità all’inclusione attiva. Soprattutto nella nostra regione dopo anni in cui l’eccessiva spesa pubblica improduttiva ha fiaccato gli “animal spirits” e prodotto un’espansione del settore dei servizi (soprattutto pubblici) che incide l’80% del valore aggiunto generato nell’isola.

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