Il business delle Agromafie tiene sotto scacco la Sicilia

Le stime parlano di un giro d'affari nelle mani dei boss di 21,8 miliardi di euro

Palermo, Catania e Caltanissetta sono nella Top Ten delle province italiane dove è più forte la presenza delle mafie nell’agroalimentare. A sorpresa però in questa speciale classifica dominata da province del Sud Italia (Reggio Calabria, Catanzaro, Caserta, Napoli e Bari) se ne piazzano anche due del Nord: Genova e Verona. Segno che il mercato criminale dei prodotti agricoli non conosce confini territoriali. A svelarlo è il Rapporto Agromafie 2017 elaborato da Coldiretti, insieme ad Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura, presentato oggi a Roma. Una presenza che spesso fa lievitare i prezzi dei prodotti, oltre che a mettere a rischio la sicurezza alimentare dei cittadini.

Non si tratta di un fenomeno nuovo. Già da tempo le cosche hanno messo radici in ogni campo, dalla produzione al trasporto alla commercializzazione, non c’è ambito in cui non tentino di infiltrarsi e per farlo sono disposte a tutto. Basti pensare all’incendio appiccato qualche settimana fa a quattro tir del Consorzio Caair presso il mercato ortofrutticolo di Vittoria, in provincia di Ragusa, uno dei più importanti della Sicilia e punto di snodo dei prodotti siciliani e maghrebini verso i mercati nazionali ed internazionali. L’attentato in pieno stile mafioso stava costando la vita ad un autista pugliese che dormiva all’interno di uno dei tir.

È questo un episodio che dà l’idea degli interessi che ruotano attorno al settore. D’altronde appartengono all’agroalimentare la maggior parte dei prodotti più conosciuti e apprezzati del famoso Made in Italy. Punto di forza della produzione, dei consumi e dell’export italiani. Le stime parlano di un giro d’affari nelle mani dei boss di 21,8 miliardi di euro. Un business che nell’ultimo anno ha fatto registrare un’impennata del  30%.

L’intimidazione all’auto di Antoci

In questo calcolo bisogna considerare anche la mega truffa dei fondi europei destinati all’agricoltura ad opera sempre delle mafie. Un fenomeno venuto alla ribalta all’indomani dell’agguato ordito nel maggio scorso da Cosa nostra nei confronti del presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci. Quest’ultimo era stato condannato a morte perché colpevole di aver avviato una serie di iniziative, tra cui uno specifico protocollo di legalità, che impediva ai mafiosi di continuare a prendere in affitto a cifre irrisorie terreni pubblici lasciati incolti, ma per i quali venivano richiesti i contributi a Bruxelles.

Qui si è scoperto che a fronte di canoni di locazione di poche decine di euro per ettaro i boss ne ottenevano almeno 500, moltiplicati per le migliaia di ettari che costituiscono il Parco vengono fuori numeri importanti. In tutta la Sicilia si calcolano circa 400 milioni di euro finiti nelle tasche della mafia dei terreni. La frode andava avanti da decenni ed era estremamente remunerativa.

Il rapporto è ricco di informazioni sulle numerose inchieste condotte dalla magistratura e dalle forze dell’ordine. Tra i casi siciliani citati quello che riguarda quattro società operanti nel settore dell’olivicoltura a Campobello di Mazara, in provincia di Trapani, intestate a tre imprenditori considerati prestanome del capo di Cosa nostra Matteo Messina Denaro per eludere la normativa antimafia. Si tratta delle aziende Moceri Antonino & c srl, dell’Eurofarida srl, della Moceri Olive e dell’impresa individuale Tancredi Antonino Francesco. Tutte operanti nel settore agricolo ed olivicolo e sottoposte ad amministrazione giudiziaria dopo il sequestro e la confisca. Secondo le ricostruzioni dei magistrati attraverso queste società Cosa nostra locale avrebbe monopolizzato il mercato dell’olio d’oliva.

Sempre le cosche trapanesi e il fratello di Totò Riina, Gaetano, da anni residente a Marsala, avevano stipulato un patto con il clan dei Casalesi per gestire il trasporto di frutta e verdura da Roma in giù. Nel mirino il mercato ortofrutticolo di Fondi, nell’agro-pontino, anche questo, come quello di Vittoria, polo logistico per lo smercio dei prodotti agricoli del Meridione nei mercati regionali ed europei. Nel novembre del 2016 la Direzione investigativa antimafia ha sequestrato i beni di un imprenditore dei trasporti siciliano, Carmelo Gagliano, considerato l’anello di congiunzione tra le due organizzazioni criminali. La ditta in questione è la A.f.m. Autofrigo di Marsala.

Anche se, come sostiene il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, non siamo all’anno zero nei controlli, la situazione descritta dal Rapporto evidenzia la necessità di misure specifiche sia sul fronte della repressione che della prevenzione. È indispensabile aggredire le organizzazioni già radicate nel sistema con più efficacia, ma soprattutto adottare misure e meccanismi tali da impedire le infiltrazioni mafiose lungo tutto il percorso della filiera, a garanzia del lavoro di tutti gli operatori onesti che la compongono, della qualità dei prodotti e del giusto prezzo chiesto ai consumatori.

On. Michela GiuffridaSul rapporto Agromafie è intervenuta anche Michela Giuffrida, membro della Commissione agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento europeo: “Serve un piano di azione europeo per contrastare le agromafie, un sistema criminale che nell’ultimo anno è addirittura cresciuto del 30%, raggiungendo i 22 miliardi di euro di fatturato. In particolare nel mercato ortofrutticolo, dagli agrumi alla frutta fino agli ortaggi a foglia, sono state rilevate massicce infiltrazioni mafiose, soprattutto nel momento del trasporto e della distribuzione dei prodotti, che provocano un forte rincaro dei prezzi. Furti di macchinari agricoli e danneggiamenti delle colture, estorsioni, usura, racket, mettono in ginocchio le aziende agricole”.

“Non possiamo permettere che la Sicilia sia terra di schiavitù, che le nostre campagne siano in mano alla criminalità, che la qualità delle nostre produzioni sia messa a rischio dalla mafia. L’intervento della Commissione europea è urgente – conclude – perché le agromafie sono un fenomeno transfrontaliero che sfrutta anche le lacune dei controlli alle nostre frontiere da cui entrano prodotti che poi vengono commercializzati come Made in Italy ma serve un impegno forte anche delle autorità regionali”.

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