Anche il pomodoro “datterino” prodotto a Pachino diventa Igp

Previsto un incremento del giro di affari di 25 milioni di euro

Gli imprenditori agricoli della Sicilia orientale e i commercianti di tutto il mondo lo chiamano l’oro rosso dell’agricoltura per la sua bontà e il suo valore sul mercato, ma da oggi il pomodoro datterino coltivato nei territori di Pachino, Portopalo, Noto ed Ispica diventa ancora più prezioso perché entra a far parte delle varietà a marchio Igp, ovvero ad indicazione geografica protetta. Si tratta della varietà scientificamente denominata Plum e Miniplum, ma che tutti i consumatori conoscono con il suo nome commerciale.

 

La decisione della Commissione europea è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell’Ue ed entrerà in vigore il prossimo 9 gennaio. La Commissione ha accolto le richieste fatte dal Consorzio di tutela del Pomodoro di Pachino Igp, ritenendo che il datterino “grazie al favore ottenuto nei mercati ha raggiunto una quota consistente di produzione eguagliando quella delle altre tipologie di pomodoro di Pachino a marchio IGP”. Pertanto, ha stabilito, “il suo inserimento nell’Indicazione geografica protetta tutela il prodotto legandolo alla zona di produzione e arricchisce la denominazione garantendo il consumatore sulla provenienza del prodotto”.

 

Il riconoscimento è maturato grazie alla determinazione del Consorzio, che per raggiungere l’obiettivo ha modificato il disciplinare di produzione della Igp avvalendosi del supporto dello Studio di agronomia Francavilla. Il percorso è stato lungo e complesso e ha chiamato in causa prima la Regione Siciliana, che ha dato il primo parere, e poi il Ministero delle Politiche agricole e alimentari, che ha istituito un’apposita commissione per valutare i requisiti delle nuove varietà.
“Da anni – ha dichiarato il presidente del Consorzio Sebastiano Fortunato – lavoriamo su questa tipologia di pomodoro che ha una grande apprezzamento da parte del mercato”.

 

Una scelta strategica le cui ricadute economiche attese sono notevoli. “Per la produzione – spiega Fortunato – rappresenterà un valore aggiunto, che contribuirà ad aumentare il reddito di chi lo produce. Auspichiamo che si crei una corsia preferenziale all’interno della grande distribuzione per la commercializzazione di questo prodotto. La previsione è di aumento per i volumi certificati dal Consorzio”.
Ad avvantaggiarsene saranno tutti i produttori del territorio. “Con questa variante – ha aggiunto il direttore Salvatore Chiaramida – anche le aziende che non producono ciliegino o costoluto hanno ora l’opportunità in questo modo di fregiarsi del marchio Igp. Ciò significa che si allargherà la platea dei potenziali soci che possono far parte del Consorzio e usufruire delle azioni di tutela e promozione che da anni portiamo avanti. Ciò implica, inoltre, la possibilità di avere un prezzo di vendita maggiore del 20-25% e di conseguenza una redditività e una marginalità superiore”.

In numeri, sempre secondo le previsioni, tutto questo si tradurrebbe in un aumento della produzione di circa 1.000 tonnellate, che si aggiungerebbero alle 8.000 prodotte nella passata campagna, ed un aumento del numero delle aziende produttrici di datterino Igp. Alle 20 attuali se ne potrebbero sommare altre 50 che già producono datterino non Igp, ma che possiedono i requisiti per entrare a far parte del Consorzio. Inoltre, ha spiegato Chiaramida, oltre all’incremento della produzione bisogna considerare quello del valore del prodotto assunto con la denominazione Igp, che con molta probabilità farebbe salire il prezzo di acquisto al produttore da 1 euro a 1,25 al chilo. Nell’immediato, sulla base delle stime fatte, il giro d’affari potrebbe raggiungere i 25 milioni di euro, per raddoppiare nell’arco di due o tre anni.

 

Più che una vera e propria boccata d’ossigeno si tratta di una grande opportunità per un settore che negli ultimi anni aveva subito la concorrenza, ad armi impari, dei prodotti provenienti dal Marocco dopo il trattato stipulato da quest’ultimo Paese con l’Unione europea. Un accordo che favoriva l’ingresso nell’area Ue di prodotti a basso costo e a scapito soprattutto degli agricoltori siciliani.
Il riconoscimento di oggi è la migliore strategia di risposta possibile. Innovazione, qualità, marketing sono i tre fattori di cui l’agricoltura siciliana ha bisogno per competere nel complesso mercato globalizzato dell’ortofrutta con prodotti di alta qualità e ad alto valore aggiunto.

Commenta: