Biologico in Sicilia +10% nel 2015

La Sicilia è la regione con più superficie destinata alla coltivazione biologica di agrumi. Sono alcuni dei dati emersi nell'ambito del progetto 'Social Farming, agricoltura sociale per la filiera agrumicola siciliana'

L’agrumicoltura biologica siciliana è cresciuta del 10% in un anno e la Sicilia è la regione con più superficie destinata alla coltivazione biologica di agrumi. Sono alcuni dei dati emersi nell’ambito del progetto “Social Farming, agricoltura sociale per la filiera agrumicola siciliana” promosso dal Distretto Agrumi di Sicilia e da Alta Scuola Arces con il contributo non condizionato di The Coca-Cola Foundation.

Secondo gli ultimi dati disponibili, relativi al 2015, rispetto all’anno precedente, “la superficie coltivata ad agrumi biologici è passata da 17.411 ettari a 19.124 facendo segnare una variazione del 9,8%”. Un dato che conferma una crescita costante nel tempo, almeno sin dal 2011 quando la superficie coltivata ad agrumi biologici era di 10.778 ettari. I numeri evidenziano anche che la Sicilia è la regione d’Italia che produce più agrumi (circa il 60% della produzione nazionale) e al contempo quella con maggiore estensione di superficie a coltivazione biologica di agrumi, seguita dalla Calabria. Le aziende agrumicole biologiche in Sicilia sono ben 1.859, con una concentrazione più elevata nelle province di Siracusa (771), Catania (365 aziende), Messina (227) e Agrigento (140).

biologico1Nella produzione bio a fare la parte del leone sono le arance, seguite dai limoni. Per quanto riguarda invece la destinazione della produzione biologica siciliana, i dati evidenziano come la maggior prenda la strada dell’esportazione. Il 70% della produzione prende la via dell’estero, il 10% è destinato alla trasformazione e il restante 20% viene commercializzato in Italia come prodotto fresco, per metà nella Gdo e per metà in mercatini e gruppi di acquisto solidali, sui quali l’impatto del biologico è molto forte.

Completamente diversi i dati sulla produzione “convenzionale” che per il 20% viene trasformata, per il 5% esportata e per il 75% commercializzata come prodotto fresco prevalentemente nella Gdo (80%).

Ma il biologico presenta anche tanti punti di debolezza: polverizzazione del tessuto produttivo, insufficiente aggregazione dell’offerta, forte competizione internazionale e un troppo breve calendario di commercializzazione di prodotti come mandarini e e clementine. Questo per quanto riguarda la fase agricola. L’industria di trasformazione sconta invece un’assenza di programmazione nell’approvvigionamento delle materie prime e uno squilibrio tra produzione di semilavorati e prodotto finito, mentre sulla filiera si paga una scarsa propensione all’associazionismo, un eccessivo potere della Gdo che non valorizza il biologico e anche una inefficiente comunicazione delle caratteristiche qualitative delle produzioni bio.

Quello su cui bisogna puntare è innovazione, cooperazione e diversificazione. Insieme con la capacità di combattere con adeguate tecniche fitosanitarie gli agenti patogeni. “C’è necessità di un’assistenza pubblica – sottolinea Francesco Ancona, agronomo di Agrinova Bio e consigliere del Distretto Agrumi di Sicilia – Servono anche ricerca e sperimentazioni con formule partecipative da parte di tutti gli attori della filiera. E poi bollettini fitosanitari periodici della Regione anche per i produttori biologici, così come occorre sviluppare e potenziare la biofabbrica di Ramacca”.
Insomma bisogna fare di più perché, aggiunge Ancona, “la Sicilia è la prima regione produttrice di biologico. Non si tratta più di una nicchia di mercato, ma di un vero e proprio segmento. Il biologico può costituire una ulteriore qualificazione delle produzioni della filiera e in particolare di quelle a marchio Dop e Igp, nelle quali negli ultimi tre anni è molto cresciuto il biologico rafforzandone la qualità e la forza di penetrazione sui mercati”.

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